PROGETTO ALLESTEQUAL: Carni, latte e formaggi da allevamenti estensivi, presto un marchio che ne certifica il valore nutraceutico (Cia Umbria e Università della Tuscia)

Perugia – La tecnologia smart salva le pecore da lupi e cinghiali, garantendo l'equilibrio tra fauna selvatica e allevamenti estensivi. Vale a dire quei modelli zootecnici in cui gli animali pascolano liberamente in zone collinari o montane, per tutta la primavera e l'estate. È il risultato del Progetto AllesteQual, finanziato dalla Misura 16.2.2. del PSR Umbria 2014/2020, che Cia-Agricoltori Italiani Umbria ha realizzato grazie al partenariato con il Dipartimento di Scienze Agrarie e Forestali dell'Università della Tuscia e tre aziende umbre: la capofila Marceddu & C. di Castel Giorgio (Tr), dove venerdì 25 settembre, alle 10:30, si terrà la prima dimostrazione del nuovo dispositivo, l'Az. Balestro Marco di San Venanzo (Tr) e l'Az. Mariani Ivo & Bruno di Sigillo (Tr).

COME FUNZIONA LA SMART TECHNOLOGY?


"Si tratta di un dispositivo 'wolf friendly' – spiega Riccardo Primi, ricercatore dell'Università della Tuscia - che attraverso un sensore è in grado di rilevare le anomalie del suono che indicano un possibile attacco dei predatori. Ad esempio, rilevando belati o uno scampanellio più alto rispetto alla media dei rumori ambientali, il dispositivo invia immediatamente un messaggio sul cellulare dell'allevatore. In questo modo, il produttore può recarsi subito sul luogo e verificare l'accaduto, evitando o contenendo i danni da fauna selvatica. L'evoluzione a cui stiamo già pensando, sarà l'azionamento di strumenti deterrenti, come luci che si accendono o il suono di una sirena in caso di rilevato pericolo degli animali".


LO STUDIO E IL MARCHIO CHE CERTIFICANO IL VALORE NUTRACEUTICO DI CARNI E FORMAGGI PRODOTTI CON L'ALLEVAMENTO ESTENSIVO


Non è tutto. Il progetto AllesteQual voluto da Cia Umbria ha altri due scopi: sviluppare un sistema per la certificazione nutraceutica dei prodotti ottenuti con l'allevamento estensivo, ed elaborare una marketing label che sia garanzia di tutela ambientale per il consumatore che decide di acquistare carne e latte prodotti in questo contesto. L'Università della Tuscia (coordinatore il prof. Bruno Ronchi), ha condotto per quasi 2 anni diversi test per accertare il valore salutistico di quanto prodotto tra le alte colline e la montagna umbra. "Abbiamo campionato i foraggi - racconta il ricercatore Primi - con cui si nutrono gli animali. Gli acidi grassi dell'erba si ritrovano poi nella carne, nel latte e, quindi, anche nei formaggi. Questi prodotti fanno bene alla nostra salute perché presentano un profilo nutrizionale molto bilanciato tra acidi grassi saturi e insaturi, e sono ricchi di antiossidanti rispetto ai prodotti che arrivano da allevamenti intensivi. Pertanto, sono alleati nel ridurre l'obesità, tengono a bada il colesterolo e, in generale, le malattie metaboliche. Un ringraziamento va agli allevatori che hanno contribuito al successo del progetto e alla Cia con cui auspichiamo di fare ulteriori passi avanti".


"Con il progetto – ha affermato Andrea Palomba, responsabile Progettazione Cia Umbria – abbiamo voluto sviluppare dei modelli di gestione innovativi applicabili a sistemi zootecnici estensivi, tesi a migliorare la produttività e la sostenibilità complessiva delle imprese agro-zootecniche che operano in aree collinari e montane della Regione Umbria, particolarmente sensibili sotto il profilo ambientale. Nello specifico abbiamo rivolto l'attenzione al settore dei bovini da carne e dell'ovino da latte, che risentono per primi della presenza di fauna selvatica problematica. Così facendo – ha concluso Palomba – si utilizza l'innovazione tecnologica per sviluppare pratiche e sistemi di difesa dai predatori, nel rispetto della loro biologia ed etologia, e al tempo stesso si introducono modelli di gestione aziendale che permettono all'allevatore che adotta il metodo estensivo di continuare a svolgere il proprio mestiere di fornitore di alimenti di alta qualità e di custode per la protezione e la salvaguardia di quelle aree montane, dove è spesso difficile operare e che sono patrimonio dell'umanità".

 


Per approfondimenti e interviste:
Emanuela De Pinto
Ufficio stampa Cia Umbria
Cell. 340.9200423
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CIA UMBRIA: CAUSE, SOLUZIONI E IL RISCHIO INVASIONE MIELE CINESE -APPELLO AI CONSUMATORI: ECCO IL GIUSTO PREZZO PER UN MIELE SICURO

Perugia – Miele umbro con il contagocce. Per il quarto anno consecutivo, i circa 2.000 apicoltori dell'Umbria fanno i conti con una produzione che segna ovunque -50%, con punte del -70% in alcune zone del territorio regionale, soprattutto per l'apicoltura stanziale, vale a dire con alveari stabili sul territorio, a differenza del nomadismo dove l'apicoltore trasporta gli sciami anche in regioni limitrofe per fare incetta di nettare. Cia Umbria lancia l'allarme: rischiamo l'ennesima invasione di miele straniero sugli scaffali della Gdo, mentre i nostri apicoltori perdono il ruolo di 'custodi della biodiversità', in un momento storico in cui la sfida mondiale è il Green Deal tanto decantato.
PERCHÈ COSÌ POCO MIELE?
"Ci aspettavamo una buona stagione fino a maggio - spiega in un confronto con Cia Umbria il Prof. Tiziano Gardi, docente del corso di Apicoltura come attività zootecnica l'Università di Perugia e Presidente della Commissione tecnico dell'albo nazionale allevatori api italiane, nonché apicoltore - con colonie che avevano immagazzinato più di 40 chili di miele. Tutto è cambiato in pochi giorni: il ritorno del maltempo e del freddo in primavera hanno causato lo stop delle produzioni frutticole. In risposta, le api hanno mangiato il miele prodotto. Dopo, la siccità di giugno ha bloccato la fioritura delle piante e per istinto di sopravvivenza le colonie si sono ridotte in tutta l'Umbria, tranne nella zona dell'Alta Valle del Tevere, Assisi e la parte alta di Todi, dove il clima è stata più fresco. Tirando le somme, siamo in sofferenza per il quarto anno di fila, effetto del cambiamento climatico in atto e della parassitosi causata dall'acaro Varroa, che sfrutta questi momenti di sofferenza delle colonie per indebolirle ulteriormente". Conferma il quadro Virginia Ruspolini, 29 anni, titolare dell'Azienda 'Api in campo', zona Marsciano, della famiglia Cia Umbria. "L'attività che ho aperto nel 2015 va avanti, stiamo facendo importanti investimenti sugli immobili per costruire il nostro laboratorio, ma è sempre più dura. La soluzione, per me, è diversificare e unire l'apicoltura con l'agricoltura pura. Per questo, oltre a coltivare legumi e cereali antichi, con alcune associazioni aprirò alla didattica, per far capire ai ragazzi l'importanza delle api per preservare la biodiversità e la bellezza del nostro territorio. Non possiamo più puntare solo sulla produzione".
I CAMBIAMENTI CLIMATICI E L'INNOVAZIONE TECNOLOGICA CONTRO LA VARROA
Grandine grossa come noci in pieno agosto, sbalzi termini notturni fino a -15 gradi, nessuna stabilità stagionale. Risultato? "Le piante vanno in stagnazione e bloccano la produzione del nettare; le api non trovano quello che cercano, la varroa e i virus che porta hanno un lavoro facile. L'Onu è stato chiaro: abbiamo rotto un equilibrio che durava da milioni di anni e tra 10 anni, se non troviamo soluzioni valide, la Terra arriverà al punto di non ritorno". È l'opinione di Mauro Tagliaferri, associato Cia Umbria, apicoltore e titolare con il fratello di Bee Ethic, azienda che ha brevettato un dispositivo che, grazie alla termoterapia – si porta la temperatura sopra i 40 gradi per un'ora e mezza ad ogni ciclo di covata - è in grado, in modo naturale, di bloccare gli attacchi dell'acaro Varroa e salvaguardare la buona salute delle api. Un successo mondiale. "Il lockdown ci ha impedito di andare alle fiere di settore ma abbiamo approfittato – racconta Tagliaferri – per innovare ulteriormente il dispositivo, lavorando sul monitoraggio a distanza: attraverso un microchip adesso l'apicoltore può controllare, anche da casa sua, gli alveari sul proprio cellulare".
L'ALLERTA AI CONSUMATORI SUL MIELE IMPORTATO
Per il Presidente Cia Umbria, Matteo Bartolini "la scarsità di produzione di miele umbro, e italiano in generale, porterà nei supermercati miele di importazione, Cina in primis, che non ha alcuna garanzia sanitaria rispetto alle produzioni locali. Sono mieli prodotti con l'uso di antibiotici in zootecnia, che possono contenere sostanze contaminate e altamente inquinanti. I nostri mieli, invece, sono controllati in modo rigoroso dalle Asl e dalla legge italiana". Inoltre, impariamo a leggere l'etichetta: quando c'è scritto 'miscela di mieli comunitari', occhio all'ordine dei Paesi. Se l'Italia è prima, vuol dire che una buona percentuale di quel miele è italiano, ma se l'Italia compare come ultimo paese, allora potrebbe aver contribuito al prodotto solo per il 3%.
IL GIUSTO PREZZO: LE INDICAZIONI DI CIA UMBRIA
Come Cia Umbria suggeriamo una tabella di prezzi onesti, che garantiscono ottimo miele e il giusto reddito dell'apicoltore: miele millefiori 9-11 euro al 1 chilo, 5-6 euro mezzo chilo; miele di acacia e altri monofloreali: circa 16 euro al chilo (specie se è biologico); 7-8 euro mezzo chilo. "Acquistare sotto questi prezzi - conclude Bartolini - è un boomerang per la salute del consumatore e un passo indietro verso la realizzazione di quell'economia circolare e sostenibile che è l'unica via d'uscita alla crisi ambientale mondiale".

Per approfondimenti e interviste:
Emanuela De Pinto
Ufficio Stampa Cia Umbria
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MOLTI NON HANNO RIAPERTO IL RISTORANTE, IL BONUS VACANZE NON DECOLLA E RESTA LA PREOCCUPAZIONE PER SETTEMBRE SENZA TURISTI STRANIERI

Perugia - Ferragosto in agriturismo. Le strutture agrituristiche dell'Umbria tirano un sospiro di sollievo e registrano, quasi ovunque, il tutto esaurito per questa settimana di festa, confermando il trend positivo dell'intero mese. Gli agriturismi situati in zone collinari, in aperta campagna, lontano dal caos cittadino, sono stati premiati rispetto agli hotel affollati delle città d'arte e delle spiagge, in quanto meno esposti al rischio Covid. Ma non sono tutte rose e fiori.
"La ripresa di agosto è stata ottima, con il tutto esaurito in moltissime strutture dell'Umbria - racconta Roberto Pierangeli, Agriturismo Poderaccio Alto, a Paciano - ma non possiamo dimenticare che siamo stati fermi tre mesi. A luglio la ripresa è stata molto lenta e, di fatto, abbiamo lavorato solo un mese e mezzo in estate, senza contare l'incognita di settembre per cui oggi si registrano pochissime prenotazioni, dal momento che - continua l'imprenditore - di solito è il mese scelto dai turisti stranieri, e questo non fa ben sperare. La cosa positiva è che, finalmente, gli italiani stanno riscoprendo le vacanze in Italia, speriamo diventi un'abitudine per i prossimi anni".
"Solo una richiesta su 100 arriva dal mercato estero europeo (Olanda e Danimarca in primis). - dice Francesca Giannelli, proprietaria dell'Agriturismo Il Cerretino, a Umbertide nell'Alta Umbria - Nonostante il pieno di agosto, quest'anno ho dovuto fare una scelta dolorosa dopo 25 anni di attività chiudendo il ristorante dell'agriturismo. Le norme anti-Covid sono troppo stringenti e, valutando i costi per adeguarsi, sarebbe stata una perdita economica. Ma è stata anche una scelta presa anche per non perdere la credibilità dell'attività che portiamo avanti con successo ormai da molti anni: per adeguarmi alle regole avrei dovuto necessariamente rivolgermi alla Gdo e allora sarebbe venuto meno il senso dei prodotti artigianali che caratterizzano l'etica e l'essenza di un agriturismo. La soluzione - spiega Francesca - è stata la convenzione con i ristoranti di zona, per offrire comunque un servizio pasti e, al contempo, attivare una rete di mutuo-aiuto per gli imprenditori del settore ricettivo e della ristorazione, segnalando anche altri agriturismi dell'Umbria ai clienti, quando in quelle date noi eravamo al completo".
Il Bonus Vacanze
La maggior parte delle aziende agrituristiche dell'Umbria non accetta il bonus vacanze messo a disposizione dal Governo come forma di pagamento dai clienti che prenotano un soggiorno in struttura. Il motivo è da ricercare nella mancanza di liquidità delle aziende stesse, che venendo da un lungo periodo di stop, compresa la stagione primaverile di lockdown che ha segnato una perdita importante sul fatturato annuale degli agriturismi, non possono permettersi di anticipare i costi per incassare in un secondo momento il dovuto. Solo alcuni hanno deciso di accettarlo, come incentivo alle poche prenotazioni di settembre. In molti, però, hanno posto dei limiti sul numero di notti acquistabili attraverso il bonus.
I contributi annunciati dalla Regione
"Aspettiamo di capire quando e come fare domanda per i contributi a fondo perduto, legati alla Misura 21 del Psr che la Regione Umbria sembra voler destinare agli agriturismi del territorio per risollevarci dall'annata tremenda che stiamo affrontando. - dice Pierangeli del Poderaccio Alto - Soldi necessari anche considerando le spese affrontate per adeguarci alle normative anti-Covid, dalla sanificazione dei locali all'acquisto di nuovi tavoli per poter attuare il distanziamento nelle locande, laddove sono rimaste aperte".


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