Accordo Cia-Unionbirrai, tempi maturi per costruire una filiera del malto regionale e dare più valore all'intero indotto

Perugia – Solo il 15% dei 35 birrifici artigianali umbri possono classificarsi come "agricoli", vale a dire produttori di birra con una percentuale di materia prima propria non inferiore al 51%. Negli ultimi 10 anni anche l'Umbria si è scoperta terra di birrai, seguendo il trend italiano che ha registrato numeri sempre più importanti in termini di produzione, consumo e fatturato. L'Umbria vanta ottime birre, pluripremiate, ma spesso prodotte da piccoli birrifici con malto e luppolo francese, canadese, belga. È arrivato il momento di fare un passo avanti per collegare la produzione brassicola a quella agricola regionale, aprendo un varco verso la filiera del malto e del luppolo.
È la posizione di Cia Umbria all'indomani del protocollo d'intesa che Cia nazionale ha siglato con UnionBirrai. "Stiamo lavorando a disegni di legge regionali - ha spiegato il consigliere di Unionbirrai Andrea Soncini - per creare un progetto pilota. Il nostro scopo non è quello di creare bollini di qualità, ma di costruire una struttura omogenea sul piano nazionale, per poi permettere a livello regionale di regolamentare le singole discipline". Per Cia Umbria occorre lavorare sul passaggio da 'birrificio artigianale' a quello 'agricolo', così da aumentare l'offerta di lavoro e la forza economica delle stesse aziende agricole, venendo incontro alle esigenze dell'intero indotto della birra.
Ancora oggi, il consumatore non conosce bene la differenza tra birra industriale, artigianale e agricola. Il Ddl del 2016 ha definito birra artigianale quella prodotta da piccoli birrifici indipendenti, nella quantità di non oltre 200.000 ettolitri l'anno, e non sottoposta a pastorizzazione e microfiltrazione. Il birrificio agricolo è ancora più stringente nella definizione. Il Decreto Ministeriale n. 212 del 2010 considera la birra un prodotto agricolo a tutti gli effetti. Questo perché la sua produzione è strettamente collegata al mondo dell'agricoltura, con percentuali di materia prima prodotta in proprio non inferiore al 51%, come già detto. Si possono poi aggiungere elementi aromatici unicamente con i prodotti regionali, ad esempio lo zafferano o il miele umbro, ma non si possono usare in alcun modo prodotti conservanti.
Il birrificio artigianale può, invece, acquistare malto dove preferisce senza limiti percentuali, ed è quindi fortemente dipendente dall'estero. Va ricordato, infine, che il birrificio agricolo può godere di alcuni vantaggi: l'accesso ai finanziamenti della Comunità Europea a favore del sostegno dell'agricoltura (compresi gli impianti di produzione) e un regime fiscale agevolato (Iva al 10%). È indispensabile lavorare alla connessione tra birra agricola e territorio, come Cia Umbria sta già facendo, ad esempio, partecipando ai workshop sulle tecniche colturali e le prospettive di mercato del progetto "Luppolo made in Italy", finanziato dalla Misura 16.2.1 sulla cooperazione e innovazione delle Reti di nuova costituzione del Psr Umbria. La nascita della filiera del malto umbro è un atto di coscienza e responsabilità verso lo sviluppo economico e turistico della nostra regione.
(Fonte dati birrifici artigianali in Umbria: Registro Imprese Camera di Commercio e microbirrificio.it)

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Emanuela De Pinto
Ufficio Stampa Cia Umbria
Cell. 340.9200423

L'AGRICOLTORE POTRÀ IMBRACCIARE IL FUCILE DOPO 4 ORE DALL'ATTACCO, MANTENENDO IL DIRITTO ALL'INDENNIZZO

Il Presidente Bartolini: "Bene Ass. Morroni, primo passo verso una più adeguata gestione della fauna selvatica. Ora attendiamo il nuovo piano entro aprile"

Perugia – Emergenza cinghiali: dalla Regione arriva un primo importante passo in avanti per sostenere gli imprenditori agricoli. In caso di attacco, l'agricoltore dovrà rivolgersi all'Atc (Ambito territoriale di caccia) competente, il quale avrà non più 48 ore, ma solo 4, per poter intervenire; trascorso questo tempo l'agricoltore è autorizzato ad agire direttamente, se munito di licenza di caccia, mantenendo ugualmente il diritto all'indennizzo dei danni causati. È la decisione comunicata oggi dall'Assessore regionale all'Agricoltura, Roberto Morroni, dopo la riunione della Consulta Faunistico Venatoria, lo scorso 5 febbraio, e che segna una prima battaglia vinta per Cia Umbria.

"Ringraziamo l'Assessore Morroni - ha dichiarato il Presidente Cia-Agricoltori Italiani Umbria Matteo Bartolini - per aver preso in considerazione una delle nostre proposte su un problema che da anni denunciamo con forza: la necessità di rivedere il piano faunistico venatorio. Giudichiamo più che ragionevole la decisione di ridurre i tempi di attesa, dando la possibilità all'agricoltore di intervenire prontamente tutelando il suo lavoro e il suo reddito, salvaguardando al contempo la possibilità di richiedere l'indennizzo quando necessario. In Italia, ad oggi, assistiamo al paradosso secondo cui per legittima difesa un cittadino che sorprende un malintenzionato nella proprietà privata può sparare, ma lo stesso diritto non sembra essere riconosciuto con la stessa facilità per l'agricoltore che subisce danno economico dall'animale che distrugge il raccolto".

Come Cia siamo consapevoli che questo è solo un tassello nella grande proposta di modifica della Legge sulla Caccia 157/92 che chiediamo da anni. Confidiamo, pertanto, nei successivi incontri con l'Ass. Morroni per valutare nel dettaglio il documento del nuovo Piano di gestione cinghiali che verrà presentato entro aprile, come annunciato.

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Cia Umbria: "Bene l'apertura verso le richieste degli allevatori, ma servono incentivi per trasformare il problema in risorsa. L'agricoltura non può essere l'unico imputato"

Perugia - Rivedere le zone vulnerabili da nitrati (ZVN) e ripensare all'utilizzo virtuoso dei reflui per farne una risorsa in un'ottica di vera economia sostenibile. Sono le proposte che CIA-Agricoltori Italiani dell'Umbria ha portato al tavolo regionale, convocato dall'Assessore all'Agricoltura Roberto Morroni, dopo l'allarme lanciato dagli imprenditori agricoli del comparto zootecnico sulla delibera regionale dello scorso dicembre in materia di acque reflue. La Regione ha ampliato le ZVN aggiungendo 10 nuove aree in tutta l'Umbria, per una superficie totale di 104.884 ettari, di cui ben 64.776 di nuova individuazione. Un colpo al comparto zootecnico che si vede ridurre gli spazi necessari all'utilizzazione agronomica dei reflui stessi.
"Giudichiamo positivo il confronto con l'Assessore Morroni - ha detto Mirco Biocchetti, Responsabile settore zootecnia Cia Umbria – che ha assicurato un'apertura alle nostre istanze. Già la prossima settimana verrà convocato un altro tavolo per studiare soluzioni sui prossimi interventi normativi in materia, dal momento che al vaglio ci sono ulteriori 15 zone vulnerabili che l'Arpa deve ancora valutare". La delibera regionale non fa che seguire la direttiva europea Nitrati di 30 anni fa (1991) che mira a prevenire l'inquinamento delle acque sotterranee e superficiali provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole.
"In questi anni molte sono state le buone pratiche realizzate dalle nostre aziende per affrontare il problema, - prosegue Biocchetti – ma è altrettanto vero che la normativa per i nostri agricoltori è fortemente limitante: farsi carico dei reflui significa subire tutta una serie di controlli e di aspetti burocratici asfissianti, se a questo aggiungiamo una sempre minore disponibilità dei terreni, allora si capisce quanto la delibera sia paralizzante per gli allevatori umbri".
Da un lato, quindi, chiediamo di intervenire dando maggiore respiro alla zootecnia, traino dell'agricoltura umbra nonostante la crisi del consumo di carne, dall'altro auspichiamo incentivi, attraverso il PSR, per permettere alle aziende di trasformare il problema in risorsa. Ad esempio, reflui che diventano bio metano o energia elettrica green". Altra istanza di Cia è studiare nel dettaglio le cause che provocano inquinamento. "Il primo imputato è sempre la zootecnica, - ha affermato Biocchetti - eppure ci sono zone dove è altissimo l'impatto dei reflui che arrivano da scarichi civili, dove i controlli sono scarsi o inesistenti. Un esempio è Petrignano d'Assisi, dove 10 anni fa il problema dei reflui portò alla chiusura di tutti gli allevamenti suini. Ad oggi, nella stessa zona, i parametri di inquinamento secondo Arpa restano alti. A chi imputiamo la colpa?" "La nostra richiesta è quindi partire dal monitoraggio e dal controllo, - conclude Biocchetti di Cia Umbria - interpretare i dati che già abbiamo, e studiare soluzioni per affrontare la questione come opportunità di crescita e sviluppo sostenibile per tutti".

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